Mal di schiena in bici: cause, soluzioni e quando serve un bike fit

Arriva in studio a Poncarale (BS), appoggia la bici al muro, mi racconta le sue ultime uscite in bici. E a un certo punto mi dice: “Sai, dopo un po’ mi fa sempre un po’ male la schiena. Ho fissato un bike fit per controllare la posizione, ma tanto è normale, no?”

No. Non è normale.

È un problema comune, questo sì. Uno studio di Battista del 2021 su oltre milleduecento ciclisti amatoriali italiani ha rilevato che più della metà ha sofferto di lombalgia almeno una volta nella vita, e circa uno su quattro nell’ultimo anno. Ma “comune” e “inevitabile” sono due parole diverse, e il fatto che le confondiamo di continuo è già questo un problema.

Quante volte hai sentito dire che il mal di schiena in bici è “normale”? O che l’importante è che passi alla fine dell’uscita? Peccato che la realtà sia più sfumata e che quelle risposte facili raramente vadano bene solo per le prime uscite. Poi diventa un fastidio, un dolore da eliminare.

Ora facciamo il percorso a ritroso: prima capiamo da dove nasce davvero il problema, poi costruiamo la soluzione pezzo per pezzo. Perché senza aver capito la causa, ogni rimedio è solo una scommessa.

In questo articolo vedremo:

  • le cause del mal di schiena in bici: muscolari, da sovraccarico, da compensazione;
  • perché in salita il dolore lombare spesso peggiora;
  • cosa rileva davvero una visita biomeccanica e quali regolazioni contano;
  • i rimedi concreti, in autonomia e quando affidarsi a un bike fit professionale.

Are you ready? Si parte!

Il mal di schiena in bici nasce (quasi) sempre da più cause insieme

Partiamo da un numero che spiega tutto. In un’ora di pedalata compi qualche migliaio di cicli e, a una cadenza media, siamo intorno alle cinquemila rpm.

Cinquemila volte in cui la colonna, in posizione flessa, riceve un carico. Moltiplica per le ore di un lungo. Se c’è qualcosa che non torna nella posizione, nei muscoli, nel modo in cui gestisci il carico.. quel gesto ripetuto non perdona. Amplifica.

Nella pratica in studio quasi mai la causa è una sola. È una combinazione. Separare i pezzi non serve a trovare “il” colpevole: serve a capire da dove partire.

La ricerca su questo tema è ancora giovane: le prove solide sui fattori di rischio “esterni” come quanti chilometri fai, che cadenza tieni.. sono poche e spesso in disaccordo tra loro. Su una cosa però la letteratura scientifica converge: alcune regolazioni della bici cambiano significativamente il carico sulla zona lombare. Diffida di chi ti dà una causa sola e definitiva: sta semplificando qualcosa che semplice non è.

Detto questo, i tre fronti del problema sono sempre gli stessi.

Squilibri muscolari: la catena posteriore che nessuno allena

La pedalata è influenzata da quadricipiti e glutei. Se ti alleni quasi solo in bici, questi muscoli diventano progressivamente più forti rispetto al resto della catena posteriore: erettori spinali, multifido, quadrato dei lombi. Lo squilibrio non si vede finché lo sforzo è breve. Si presenta puntuale quando la fatica si accumula.

Il punto è proprio questo.

Uno studio pilota di Burnett (2004) ha confrontato ciclisti con e senza lombalgia: chi aveva dolore mostrava una tendenza a maggiore flessione e rotazione della zona lombare durante la pedalata, con una perdita di co-contrazione del multifido, uno dei principali stabilizzatori della colonna.

È un piccolo studio, va detto, e parliamo di una tendenza, non di una legge universale. Ma l’indizio è coerente con quello che vedo ogni settimana: chi ha la schiena “debole” tende a muoversi di più proprio lì dove dovrebbe essere fermo.

E se il muscolo che deve stabilizzare non fa il suo lavoro, il corpo cosa fa? Non si ferma. Cerca una scorciatoia.

Le compensazioni: quando il corpo ti frega senza dirtelo

Quando una parte è debole o affaticata, il corpo non alza bandiera bianca. Attiva muscoli che non dovrebbero fare quel lavoro, sposta il carico, modifica la postura. Nel breve funziona. Nel lungo crea problemi nuovi, spesso più difficili da individuare di quello di partenza.

In bici lo riconosci da un segnale preciso: il dolore da un solo lato. Se il fastidio compare sempre a destra, o sempre a sinistra, quasi sempre sotto c’è un’asimmetria. Una differenza di forza tra i due lati, una tacchetta storta, una sella leggermente ruotata, un’anca che si muove poco e obbliga il bacino a compensare a ogni pedalata.

Il guaio delle compensazioni è che si nascondono bene. Dall’interno non le senti: il tuo sistema ha già normalizzato il movimento alterato, per lui è diventato “il” movimento giusto.

Servono un occhio esterno e un’analisi dinamica per vederle. Non a caso, in ogni bike fit la valutazione fuori dalla bici è parte del processo: come ti muovi al di fuori della bici spiega buona parte di quello che succede quando sali in sella.

Fatica: la posizione che regge a 60 km e cede a 90

C’è un ultimo aspetto del problema, ed è il più trascurato, perché non dipende dalla bici ma da te. Quando sei stanco, la tua posizione peggiora. Sempre.

Una posizione perfetta nei primi 60 km può diventare un problema dopo 90. Non perché sia sbagliata, ma perché non sei abbastanza allenato per mantenerla. Nel primo caso il problema è la bici, nel secondo è il tuo corpo. Confonderli significa spostare viti a caso su qualcosa che le viti da sole non risolvono.

Ed è anche il motivo per cui il volume, da solo, non spiega il dolore. Nello studio di Battista, il chilometraggio settimanale non è emerso come fattore di rischio determinante.

Sai cosa invece è emerso come fattore protettivo? Essere seguiti da un coach, avere un allenamento strutturato, aver fatto un lavoro specifico sulla pedalata. Non è un dettaglio da poco: dice che il modo in cui alleni conta più di quanti chilometri accumuli. Tienilo a mente, perché è il ponte verso la soluzione.

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Mal di schiena in bici in salita: perché spesso peggiora

Prima di passare ai rimedi, una situazione che merita un approfondimento specifico perché è la domanda che ricevo più spesso: “Perché in salita mi fa più male che in pianura?” E la risposta non è “perché la salita è dura”.

In salita cambiano almeno tre cose:

  • Le mani salgono e tirano: quando lo sforzo aumenta, la parte superiore del corpo inizia a “tirare” sul manubrio, e quella trazione si scarica sui lombari, che devono stabilizzare contro una forza che in pianura non c’è.
  • Il bacino cambia angolo: la pendenza modifica l’inclinazione del bacino rispetto alla sella, e con essa la distribuzione del carico sulla colonna.
  • La cadenza si abbassa: cadenza più bassa significa più coppia per pedalata, e ogni singolo ciclo carica di più la zona lombare.

Il dolore in salita, quindi, non è una condanna. È il segnale che il sistema ciclista-bici non è ottimizzato per quel contesto. E quasi tutto quello che lo genera si può correggere.

Il che ci porta al punto: come.

Cosa rileva una visita biomeccanica: la posizione della sella

Se il problema è quasi sempre un intreccio, la soluzione parte dal punto di contatto principale: la posizione della sella. È anche il più trascurato, o scelto per i motivi sbagliati. Il consiglio dell’amico. La sensazione del primo giorno. Il modello che monta il pro.

Ecco i fattori che ritrovo più spesso durante le visite:

  • Inclinazione della sella: se la punta guarda troppo in basso, il bacino scivola in avanti e i lombari lavorano di continuo per frenarlo; se guarda troppo in alto, il bacino ruota indietro e la pressione sulla zona lombare aumenta.
  • Altezza sella errata: troppo alta, il bacino oscilla a ogni pedalata; troppo bassa, il ginocchio va in iperflessione e l’effetto risale su tutta la postura.
  • Distanza sella-manubrio eccessiva (reach): costringe i lombari a reggere il tronco per tutta l’uscita, spesso per compensare un core debole.
  • Dislivello sella-manubrio eccessivo (drop): funziona se hai la mobilità per tenere quella posizione per ore. Altrimenti sposti soltanto il problema, dalla schiena al collo e alle spalle.

Su questi ultimi due punti la ricerca è arrivata a dare una mano.

Una revisione sistematica di Antequera-Vique e colleghi (2022), che ha raccolto quindici studi, ha trovato un dato coerente: più il manubrio è basso e lontano dalla sella, maggiore è il tilt del bacino e la flessione lombare imposta al ciclista.

E qui casca uno dei miti più duri a morire: che copiare la posizione dei professionisti sia la scorciatoia giusta. La posizione aggressiva non è “sbagliata” in assoluto, ma ha un prezzo biomeccanico, e quel prezzo lo paghi solo se hai la mobilità e la forza per sostenerlo. Il pro quella mobilità l’ha costruita in anni, e fa un altro sport. Copiare il suo assetto senza il suo corpo è il modo più rapido per avere qualche fastidio o dolore in bici durante l’uscita.

Tra l’altro anche i pro, con le nuove geometrie dei telai attuali, hanno riscoperto l’utilizzo degli spessori sotto l’attacco. “Slam that stem!” non è più una regola valida nemmeno per loro.

C’è poi un dettaglio tecnico che quasi nessuno controlla: la sella si usura. Montata per troppi chilometri, imbottitura e scafo cedono e cambiano l’appoggio. La posizione che avevi regolato con cura, mese dopo mese, non è più quella. Verificarla ogni tanto non è pignoleria. È manutenzione.

Nella mia esperienza in studio la vita media di una sella è di ~10.000km (±2.000km) in base all’utilizzo e alle caratteristiche fisiche dell’atleta.

Il rimedio con le prove più solide: l’inclinazione della sella

Se cerchi un punto da cui partire, inizia da qui: è l’intervento con le prove scientifiche migliori alle spalle.

Nello studio di Salai (1999), i ricercatori osservarono che in molti ciclisti il bacino tendeva a un’eccessiva estensione dell’angolo pelvico, con un aumento delle forze di trazione sulla parte bassa della colonna. Applicando una leggera inclinazione anteriore della sella a un gruppo di ciclisti di club che soffrivano di lombalgia, oltre il 70% riportò un miglioramento netto, per frequenza e intensità del dolore.

Un quarto di secolo dopo, resta uno dei risultati più chiari che abbiamo su questo tema. Ma attenzione: “inclinare la sella in basso” non è una ricetta universale da applicare a occhio. È la direzione che ha funzionato in un contesto misurato. Sulla tua bici, quanti gradi e in che rapporto con altezza e arretramento è esattamente ciò che si verifica con i dati. Non la soluzione magica in grado di soddisfare la speranza.

Il rimedio che nessuno vuole sentire: la forza fuori dalla bici

Regolata la posizione, resta il fattore che nessuna vite può sistemare: il corpo.

Torniamo al problema lasciato in sospeso, la posizione che cede quando arriva la fatica. La bici l’hai messa a posto. Ora serve la capacità di reggere quella posizione fino in fondo. E quella si costruisce solo fuori dalla sella.

Qui distinguo due livelli, e la distinzione conta:

  • Attivazione di base del core: sono gli esercizi che programmo a chi ha poca esperienza. Plank, e movimenti che ritrovi nel pilates e in certe forme di yoga. Lavorano sul tronco, i muscoli che ti aiutano a tenere la posizione in sella. Vanno bene come primo mattone, a patto di non aspettarsi miracoli: le revisioni sul core stability (Sannasi, 2023) indicano che aiutano, ma non più di un buon allenamento generale. Un punto di partenza, non la meta.
  • Forza vera, con i pesi: qui si costruisce qualcosa che ha ricadute anche sulla prestazione, non solo sulla schiena. Squat e stacco su tutti, con la tecnica come elemento non negoziabile.

E non lo dico per sentito dire.

Uno studio di Rønnestad (2014) ha mostrato che 25 settimane di forza pesante, aggiunte al lavoro in bici, migliorano la potenza a soglia e nella prova lunga, e anticipano il picco di coppia nella pedalata.

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Lo stretching? Ha il suo posto, ma merita un discorso a parte e lo faremo in un altro articolo. Metterlo qui, tra i rimedi risolutivi, sarebbe proprio il tipo di scorciatoia da cui ti sto mettendo in guardia.

Quando serve un bike fit: mettere tutto insieme

Sella, forza, compensazioni, fatica: fin qui li abbiamo visti uno per uno. Ma agiscono insieme, e insieme vanno letti. È esattamente il lavoro di un bike fit fatto bene, che parte da un principio semplice: si adatta la bici al ciclista, non il ciclista alla bici. Sembra ovvio. Invece è il contrario di come si procede il più delle volte, copiando una posizione, seguendo un canone basato su misure e angoli standard, spostando componenti “a sensazione”.

Il modo in cui lavoro segue quattro passaggi, ed è pensato proprio per non lasciare fuori nessuno dei fronti che hai letto finora:

  • prima si scopre: intervista, storia dell’atleta, dolori, obiettivi, valutazione fuori dalla bici — mobilità, forza, asimmetrie;
  • poi si legge: la posizione iniziale in sella, letta con i sensori, non a occhio;
  • poi si progetta: le modifiche mirate, una alla volta, con una ragione dietro ciascuna;
  • infine si sviluppa: la verifica su strada nei 30 giorni successivi, perché la prova vera è lì, non nello studio.

Il monitoraggio, per me, è il punto che separa un posizionamento da una messa in sella “e arrivederci”. Una modifica va provata dove pedali davvero, non solo dove l’hai decisa. Se qualcosa non torna, si aggiusta, si lima finché non gira bene. Questo è il senso di un percorso: non ti consegno una posizione. Costruiamo insieme quella giusta, partendo da dove sei davvero.

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Mal di schiena in bici: le domande che mi fanno più spesso

Chiudo il cerchio con tre domande che, in un modo o nell’altro, mi arrivano ogni settimana. La versione tascabile di tutto quello che abbiamo visto.

Il mal di schiena in bici passa da solo? Se dipende da un affaticamento occasionale, sì. Se torna a ogni uscita o sempre nello stesso punto, no: il corpo sta segnalando qualcosa nella posizione, nella forza o in un’asimmetria. Ignorarlo significa solo dargli il tempo di radicarsi.

Meglio intervenire sulla sella o allenarsi di più? Guarda quando arriva il dolore. Se compare subito, il sospettato numero uno è la posizione. Se compare solo quando sei stanco, il problema prevalentemente è il corpo, non solo la posizione. Spesso servono entrambe le cose, in quest’ordine: prima sistemi il carico, poi costruisci la capacità di sostenerlo.

Da dove comincio, se voglio fare una cosa sola? Dalla sella: è l’intervento con le prove migliori e il più veloce da testare. Ma consideralo il primo passo di un percorso, non la fine. Perché, come hai letto, il dolore lombare quasi mai ha una causa sola.

Mal di schiena in bici: tre spunti finali

Il dolore lombare in bici quasi mai ha una causa unica: è la somma di squilibri muscolari, compensazioni nascoste e regolazioni della posizione che non tornano. Cercare “il” colpevole singolo è il primo errore, e chi te lo promette sta semplificando.

• la regolazione della sella è il rimedio con le prove scientifiche migliori alle spalle, ma “migliori” non significa “universali”: la direzione la conosciamo, la misura giusta per te si trova solo attraverso una valutazione.

• la posizione da sola non è sufficiente senza un corpo in grado di sostenerla. Un lavoro serio di forza fuori dalla bici è ciò che ti permette di tenere quella posizione a lungo, quando la fatica smaschera tutto quello che in pianura restava nascosto. E come bonus ti restituisce Watt: la ricerca su questo è concorde.

• il resto (vibrazioni dell’asfalto, cadenza, chilometraggio) sono variabili che pesano, ma su cui la ricerca è ancora incerta. Le teniamo d’occhio come indizi. Perché su una cosa, qui, non si molla mai: prima il dato, poi la decisione.

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Buona strada 🚴‍♂️ Tiziano


RIFERIMENTI SCIENTIFICI (da inserire come commento all’articolo — fonte: PubMed)

  • Battista S., Sansone L.G., Testa M. (2021). Prevalence, Characteristics, Association Factors of and Management Strategies for Low Back Pain Among Italian Amateur Cyclists: an Observational Cross-Sectional Study. Sports Medicine – Open. https://doi.org/10.1186/s40798-021-00370-2
  • Burnett A.F., Cornelius M.W., Dankaerts W., O’Sullivan P.B. (2004). Spinal kinematics and trunk muscle activity in cyclists: a comparison between healthy controls and non-specific chronic low back pain subjects — a pilot investigation. Manual Therapy. https://doi.org/10.1016/j.math.2004.06.002
  • Salai M., Brosh T., Blankstein A., Oran A., Chechik A. (1999). Effect of changing the saddle angle on the incidence of low back pain in recreational bicyclists. British Journal of Sports Medicine. https://doi.org/10.1136/bjsm.33.6.398
  • Antequera-Vique J.A., Oliva-Lozano J.M., Muyor J.M. (2022). Effects of cycling on the morphology and spinal posture in professional and recreational cyclists: a systematic review. Sports Biomechanics. https://doi.org/10.1080/14763141.2022.2058990
  • Rønnestad B.R., Hansen J., Hollan I., Ellefsen S. (2014). Strength training improves performance and pedaling characteristics in elite cyclists. Scandinavian Journal of Medicine & Science in Sports. https://doi.org/10.1111/sms.12257
  • Sannasi R., Dakshinamurthy A., Dommerholt J., Desai V., Kumar A., Sugavanam T. (2023). Diaphragm and core stabilization exercises in low back pain: A narrative review. Journal of Bodywork and Movement Therapies. https://doi.org/10.1016/j.jbmt.2023.07.008

Tiziano Cosio

Mi occupo di allenamento, biomeccanica e formazione nello sport. Aiuto squadre, professionisti e atleti amatoriali a migliorare le loro prestazioni.

1 commento su “Mal di schiena in bici: cause, soluzioni e quando serve un bike fit”

  1. Marsden, Mandy & Schwellnus, Martin. (2010). Lower back pain in cyclists: A review of epidemiology, pathomechanics and risk factors. International Sportmed Journal. 11. 216-225.

    Burnett AF, Cornelius MW, Dankaerts W, et al. Spinal kinematics and trunk muscle activity in cyclists: A
    comparison between healthy controls and non-specific chronic low back pain subjects-A pilot investigation. Man Ther 2004; 9:211-219.

    Salai M, Brosh T, Blankstein A, et al. Effect of changing the saddle angle on the incidence of low back pain in recreational bicyclists. Br.J.Sports Med 1999;33: 398-400.

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